giovedì 15 settembre 2011

TUMBLR

NUOVO BLOG SU TUMBLR!
Ho importato su Tumblr tutti i post che c'erano qui su Blogspot, seguitemi lì che qui non pubblico più!

giovedì 1 settembre 2011

Uno dei posti

Per un periodo ho abitato in un posto dove eravamo otto uno meno normale dell'altro. -Ma poi cos'è la normalità? E giù filosofia a fiumi-
Quattro di questi mangiavano regolarmente riso col ketchup, io li guardavo con il mio riso in bianco davanti e non capivo bene.
Per un periodo gli piaceva anche il latte azzurro. Era in sostanza metà latte e metà colorante blu. Io li osservavo e continuavo a non capire, gli altri tre li appoggiavano. Mi faceva schifo, ero terrorizzata dal latte in tempi di Mucca Pazza. In quel periodo in quella casa mangiavo solo pasta scondita e pane da toast. Misuravo la quantità di pasta con questa bilancina con i due piatti e i pesetti piccolini. Da un grammo, cinque, dieci, venti, un chilo.
Tra le mie paure più grandi di quegli anni c'è la Mucca Pazza al primo posto, al secondo il Mar Morto. Mi avevano detto che se prendevi quella malattia diventavi circa come Benedetta Bianchi Porro durante l'ultimo mese di vita. Io rabbrividivo e piangevo tutta la notte e non volevo toccare niente che fosse stato di una mucca prima.
Del Mar Morto mi avevano detto che se l'acqua ti andava negli occhi era talmente salata che diventavi cieco. Sempre come Benedetta Bianchi Porro. Io sognavo la notte che il ragazzetto che abitava con me durante gli anni prima per farmi uno scherzo mi schizzava l'acqua di Mar Morto in faccia e io non vedevo più. Un'angoscia, ma un'angoscia.
Sette su otto in quella casa, qualunque fosse il malessere che provavano, si sparavano della fisiologica nel naso e cercavano di rifilarla anche a me. Ci ho provato un paio di volte e stavo affogando. Acqua salata in siringa su per le narici non faceva al caso mio. Io ero solo depressa.
Era la stessa casa in cui si usava il Metodo Gordon, ma questa è un'altra storia e l'ho già raccontata. Abitavamo al piano di sopra della famiglia in cui la mattina si poteva mangiare solo sei Gocciole e io aspettavo che tutti se ne andassero per ingozzarmi. (Anche di questo ho già parlato). Erano tutti pazzi e infatti adesso hanno creato un villaggio in cui abitano tutti vicini, anche con la ragazzina che si metteva sul ciglio della porta di casa durante le feste e chiedeva se agli invitati se di fare sesso con lei, a sette anni.
Nel pomeriggio, per un periodo, in quella casa truccavo tutte le ragazze. C'era un solo maschio che si faceva acconciare anche lui per non sentirsi in disparte, era il più piccolo. Le truccavo e le pettinavo con tutti i colori e le spille possibili. Un giorno presi una sgridata incredibile da parte del padre del ragazzino, timorato di Dio e terrorizzato che in quel modo lo spingessi a diventare gay.
La domenica si andava in chiesa. Anzi, praticamente in qualunque giorno in cui non si andasse a scuola si andava in chiesa. Io preferivo le sei ore di scuola e durante la messa sistemavo l'interno delle borse di chi mi permetteva di farlo. Tiravo tutto fuori, spolveravo, buttavo le cartacce e le cose inutili e rimettevo tutto dentro.
Poi al pomeriggio tutti andavano dai parenti e io restavo a casa perché non ne avevo. O comunque non meno lontani di settecento chilometri. Giocavo a dama con mia madre oppure piangevo. O piangevo tra una dama e l'altra, per tanti motivi. Uno dei quali era che avevo continui flash di possibili morti violente di mia madre. Immaginavo la possibilità che qualcuno le sparasse, la investisse, la accoltellasse, la stuprasse. Non riuscivo a togliermi dalla testa queste immagini.
La sera mentre guardavamo la TV tornavano gli altri e mi distraevo. Non potevo stare da sola con mia madre senza pensare a quando non ci sarebbe più stata. Poi quando avevo nove anni mi ha mollata con mio padre per andarsene col suo fidanzato diciottenne, contro tutte le mie catastrofiche previsioni, ma anche questa è un'altra storia. Ah, mia mamma era bellissima.
Non mi piaceva stare nella stessa stanza con uno solo dei miei genitori perché avevo paura che a causa del legame di sangue che ci univa, nel silenzio, potessero percepire in qualche modo quello che pensavo. E per il novanta percento del tempo immaginavo morti violente e stupri. Dunque non volevo mi internassero da qualche parte.
Alla fine della fiera me ne sono andata da lì e sono finita ad abitare in un posto in campagna con mio padre e un'altra serie di soggetti strani. Uno di questi, per dire, si scuciva i vestiti di dosso con una precisione maniacale durante la notte. Non rovinava nulla, semplicemente disfaceva le cuciture a mani nude e la mattina le cose erano divise in parti come se non fossero mai state assemblate.
Gli altri sette disturbati del ketchup nel riso e il latte azzurro li ho rivisti poche volte e nemmeno mi interessa di averci a che fare. Anche mia madre la vedo poco e non piango più la notte, non ho più paura che le vite finiscano. Considero vivere come giocare ad un gioco noioso in cui l'unico divertimento è provare ad inventare trucchi per farlo andare in bug e vedere cosa succede. Un po' come quando, nel Safari nei giochi per Game Boy di Pokèmon, con una combinazione di tasti riuscivi per un attimo a far impazzire la schermata e ti ritrovavi con il tuo allenatore in una valle di numeri che non erano altro che i codici relativi alle aiuole e tutto il resto e ti sembrava chissà che roba per un po'.
Io ho dei pregiudizi nei riguardi di chi non mangia le verdure.

mercoledì 31 agosto 2011

Miao
Stanotte ho sognato che dovevo catturare quattro colombe per il matrimonio dei miei genitori che si sono già sposati e non ci riuscivo, mi scappavano da tutte le parti, due bianche e due nere, e mi dicevano tutti come sei invecchiata, come i tuoi fratelli grandi, siete tutti invecchiati in un attimo e io non capivo. Perché i miei fratelli grandi non li ho mai visti, so solo che ci sono.
In comune c'era su l'intera discografia i Chris Clark mentre i miei si dicevano di si. L'avevamo messa su col mio computer e pensavo alla mia classifica di Lastfm che alla fine della giornata avrebbe visto Clark in testa e non so se mi andava. Sto fin troppo attenta a Lastfm perché secondo me si capisce molto a vedere cosa si ascolta una persona in un certo momento. Tipo adesso sto sentendo da un'ora la discografia di Trentemoller che alla fine a basso volume non stufa mai.
In questa storia ci siamo io e te che andiamo in bici alla fine di agosto a comprare la cedrata al Conad e la mia gomma davanti si buca proprio quando io ho deciso che voglio due cheesburger. Mio padre passa per caso e la carico nel suo furgoncino mentre tu dici di lasciarti lì che me li vai a prendere tu i cheesburger e poi torni da solo con la tua bici. Io rido, penso un ti amo e ti dico sali in macchina subito.
A casa ci baciamo un sacco riascoltando Burial, che da tanto che ci vogliamo arriva al nono posto.

giovedì 11 agosto 2011

A: Secondo me noi siamo una di quelle coppie che moriranno insieme.
N: Cioè?
A: Di sicuro morirò prima io, ma sarà così: quel giorno tu tenti di svegliarmi, non ci riesci, fai un gran sorriso, ti sdrai vicino a me e muori anche tu.

martedì 2 agosto 2011

Le ore

L'orologio che mi hai regalato ha una sveglia impostata che suona sempre all'una di notte e non riesco a toglierla ma alla fine sono sempre sveglia per spegnerla e ricordarmi che è l'una di notte e tu non ci sei (non va tutto bene).
Oggi invece all'una eravamo in stazione a Bologna sul binario 9, io partivo all'una e diciotto. Ora è l'una e trentasei del primo di agosto e sono su un treno in cui credo di essere l'unica italiana.
Abbiamo fatto l'amore prima che andassi. Tu non riuscivi a respirare, non ci sentivi quasi niente e non ti lavavi da tre giorni e l'avrei fatto almeno altre tre volte comunque. Ma era già mezzanotte e dieci.
La prima volta che ho preso il treno di notte un tizio mi ha palpato il culo fino allo sfinimento quindi bene o male la mia più grossa preoccupazione al momento è quella di non farmi toccare da nessuno, ma c'è da considerare che successe dieci anni fa, erano altri tempi. Ora è peggio.
Vorrei che tu avessi prenotato il posto davanti al mio per incrociare le gambe da un sedile all'altro e dormire fino alle otto e quarantotto di domattina.
Invece devo stare qui sveglia a guardare la valigia e mi sono tolta l'orologio per dare meno nell'occhio. E' pieno di gente, sembra il Piacenza-Ancona delle diciotto e trentasei a Bologna il venerdì a febbraio.
Tu prendi le carezze come i gatti, spingi tutto il corpo verso la mia mano. Si crea tutto un attrito d'amore.
Ti hanno ritirato la patente l'altro ieri notte perché eravamo ubriachi come sempre e tornavamo da casa di Cesare Ragazzi che io dormivo con la faccia nell'interno del tuo gomito (gomitella l'ho battezzata, quella parte del corpo lì) appoggiato sul poggiagomito del New Beetle senza cintura sbavando e puzzando di vinaccia.
Adesso devi pagare un sacco di soldi ed essere processato e vuoi vendere la macchina fotografica.
Io ti sbavo sempre addosso quando dormo e tu non dici niente, mi sa che mi ami.
Anche se quando bevi molto mi confondi con altre persone e mi chiami con altri nomi, a questa gente con cui credi di parlare (e invece sono io) dici che sei innamorato di me, quindi dovrebbe andare tutto bene.

giovedì 28 luglio 2011

Quando ti aspetto in Piazza delle Medaglie D'oro

Quando ti aspetto in Piazza delle Medaglie D’oro guardo l’orologio e penso che è più difficile trovarti tra la gente perché non so come sei vestito ma sono felice di non saperlo perché così è una sorpresa e siccome sei sempre in ritardo ho tanto tempo per immaginarti in tutti i modi e sperare che hai le scarpe bianche.

Quando ti aspetto in Piazza delle Medaglie D’oro vorrei che non esistesse la gente e ci potessimo stendere dappertutto, tipo su Viale Pietro Pietramellara, appena arrivi, il quale sarebbe pulitissimo siccome non esistono le persone e noi chiaramente saremmo gatti parlanti anche se scriverlo mi fa sembrare molto stile Officina della Camomilla. L’Officina della Camomilla perde in media un componente al giorno, ieri sera quando l’ho detto abbiamo riso tantissimo, eppure erano così dolci, chi lo sa, glielo chiederemo il perché.

Per la strada ci sarebbero dei cuscini come quelli che mette il bar all’angolo tra Corso Mazzini e Viale Vittorio Veneto in orario aperitivo sugli scalini. Ci faremmo chiaramente l’amore sopra. Saremmo soli e non ci verrebbe voglia di nient’altro.

Quando ti aspetto in Piazza delle Medaglie D’oro ho sempre un sacco di cose da raccontarti ma appena ti vedo per un po’ me le dimentico e a volte non mi tornano nemmeno più in mente. Come quando mi rispondi al telefono: all’improvviso tutto diventa un solo pensiero, che non c’entrava niente: all’improvviso scopro da quel che mi sento dire che l’unica cosa che volevo riferirti è che ti amo.
Chi ben comincia è alla metà dell'aria d'importanza, diploma di ignoranza; è ladro lui che ruba e chi gli tiene il frutto proibito, frutto saporito; fra i due che se lo litigano, il terzo batte il ferro finché è caldo. Chi nasce gatta, raccoglie tempesta. Chi ruba poco, male alloggia, fa i figli ciechi, poco sa, ha paura anche dell'acqua fredda, non piglia pesci. La necessità porta consiglio ma del senno di poi è lastricato l'inferno e l'occasione fa l'uomo morto, quindi meglio un asino tardi che un dottore mai.

martedì 26 luglio 2011

vorrei spendere tutti i soldi che ho per regalarti tutto quello che mi fa venire in mente te
vicino a te mi sento abbronzata addirittura. confrontiamo i nostri colori mentre facciamo il bagno nel balsamo perché il bagnoschiuma non riuscivo ad aprirlo. posso lasciarti scegliere cosa voglio mangiare perché le cose che ci piacciono di più sono le stesse. vorrei una cochina coi ghiaccini e il limone e un toast perfavore, grazie. pensiamo le stesse cose poi tu le dici e io ti dico che stavo per dirle io. ti dormo con il naso in mezzo alle scapole, mi svegli con le mani.

lunedì 25 luglio 2011

Case di legno

Siamo andati a Sappada c’erano sei gradi e quando faceva molto caldo quattordici.

Abbiamo provato com’è stare insieme d’inverno senza doverlo aspettare.

Abbiamo dormito con il termo acceso sotto le coperte grosse scaldandoci i piedi con i piedi dell’altro.

Abbiamo fatto un sacco di bagni caldissimi nella vasca ne uscivamo profumatissimi.

Facevamo l’amore facendoci un sacco di complimenti.

Mangiavamo tante uova e pancetta.

Quando dormo per cercare di starti il più vicino possibile finisce sempre che ti faccio quasi cadere dal letto.

venerdì 22 luglio 2011

SOP.

Dobbiamo andare in montagna insieme e Trenitalia ce lo mette in culo come al solito.
Non so associare il suo colore di capelli a niente perché non somiglia a nessun colore che conosco quindi probabilmente sarà il resto delle cose che vedrò in futuro che potranno essere associate a lui. Mi sono comprata una scrivania color capelli di Andrea, ieri in Montagnola ho visto un maglione carino, mi sa che passo a comprarlo, era largo di cotone color capelli di Andrea. La mia macchina è color capelli di Andrea. E così via. Se ne parlassi ad abbastanza persone potrebbero adottarlo tra i loro colori. Andrebbe in mezzo a quelli strani come il bistro, lo scarlatto e l'international klein blue.
Dobbiamo andare in montagna e sullo schermo delle partenze della stazione c'è scritta solo una gran fila di "SOP".
SOB.

giovedì 21 luglio 2011

FINE.

Ciao, io da oggi smetto di scrivere pubblicamente per sempre. Mi avete rotto i coglioni, adesso ognuno si fa i cazzi propri. Ciao.

lunedì 18 luglio 2011

Ultimamente ci piace fare un gioco, funziona così:
a turni ci si fa il solletico sul palato a vicenda col dito indice e si contano i secondi e vince chi resiste di più.
In realtà io lo faccio perché mi piace come tiene le labbra mentre dopo tenta di grattarsi con la lingua e lui lo sa, le mette così e se le lascia baciare.

martedì 5 luglio 2011

lunedì 4 luglio 2011

L’altra sera al Magnolia c’era una ragazza che ti somigliava tantissimo, era identica a te ma col culone. Tu sei chiaramente più bella. E a fine serata è finita come finisci tu, in ginocchio a vomitare, poi di nuovo a ballare, poi a vomitare, eccetera, insomma, ero gelosissimo a vedere il tipo che ci provava con lei, mi sono indisposto, volevo picchiarlo, mi sono rovinato la serata.

venerdì 17 giugno 2011

Una cosa bella è prepararsi prima di vedersi.

lunedì 13 giugno 2011

Sette cose belle.

Andare la notte fattissimi in macchina, mi dici le cose carine io non rispondo subito ma quando siamo a letto.
Portare Zombie Nation in hotel in trip mentre ci conosciamo da tre ore, parlare fluentemente di Berlino (mai vista) in inglese.
Dico vado a fare la doccia, dici fumati una sigaretta prima. (così intanto mi fai due coccole). Essere ubriachissimi volersi tantissimo dormire in letti piccolissimi. Regalarsi cose bianche e azzurre.

lunedì 6 giugno 2011

Mamma e papà hanno barattato quattro pecore con due pony.
Così io e Carladamo adesso abbiamo un pony a testa.
Avessi avuto dieci anni di meno...

domenica 5 giugno 2011

(ogni tanto faccio finta di essere un'altra persona e scrivo quello che secondo me sta pensando lei)

Ti ho guardato il culo tutto il tempo al concerto.

Stavi davanti a sinistra e ti muovevi un po’, ti perdevo e ti ritrovavo tra i colli delle bolognesi di cui non mi interessa niente, hai un neo sulla schiena in alto che mi faceva venire in mente una scena in cui tu sei su un letto a pancia in giù e io mi stendo su di te e ci appoggio la fronte sopra.

Dovresti vederti quando sposti il peso da una gamba all’altra poi ti accendi una sigaretta.

Hai quel corpo asimmetrico, ti guardavo la distanza perfetta tra un ginocchio e l’altro, di te sono belli anche gli spazi tra le cose, oltre che tutto,

portavi una borsa nera grande che mi faceva venire in mente una scena in cui tu mi ci tieni le mie cose quando usciamo e io non ho bisogno di chiedertele perché so che siamo abbastanza in confidenza perché le possa prendere da solo. Una scena in cui prendo dalla borsa nera grande mentre ce l’hai addosso due MS una per te una per me

te l’accendo guardiamo il concerto ogni tanto ti tocco il collo, il culo.

Dovresti vedere il tuo collo come lo vediamo noialtri.

Avevi una maglietta che non valeva niente e che ti faceva bella come se fossero sempre le nove di sera del giorno che il giorno dopo non lavori. Ti si vedevano quelle che in inglese si chiamano hip bones e mi facevano venire in mente una scena in cui io te le fotografo mentre dormi.

Al concerto ti ho guardato il culo tutto il tempo.

giovedì 19 maggio 2011

mercoledì 4 maggio 2011

Quando ero piccola a mamma e papà piacevano gli specchi, li dipingevano con i colori costosissimi che ai bambini non si fanno usare.

Quando ero piccola a mamma e papà piaceva disegnarci i mari con i soli arancioni sopra.

Alla mamma poi piacevano anche i gessetti e ci disegnava i profili delle donne bellissime con le sopracciglia ad ali di gabbiano, ma questa è un’altra storia.

Papà colorava un sacco di specchi per la mamma e la mamma non li guardava poi tanto. Non ha mai guardato tanto i regali in generale, forse credeva che a pensarci troppo avrebbe potuto scoprire che non le piacevano e, siccome non sa mentire, non sarebbe più riuscita a fingere di apprezzarli.

Papà, a volte, faceva anche gli specchi senza disegni. Una volta ne regalò uno alla mamma che era incastrato in un rombo di legno che era montato su una piccola cassettiera con tre cassettini che stavano uno di fianco all’altro. Era bellissimo. Lei lo ruppe subito, lo fece cadere, anche se di solito aveva cura di tutte le cose preziose. Poi nei cassettini ci mise tutti i braccialetti con i serpenti di quando era più giovane e che non le piacevano più. Un po’ come per dire, Papà, non mi piaci più. Però senza le parole.

Qualche tempo dopo mi lasciò da lui e se n’è andò per i fatti suoi e mi regalò i bracciali e la cassettiera e io la misi sul comodino con dentro le cose più importanti che avevo.

Un po’ come per dire, Papà te lo puoi tenere tu.

E un po’ come per rispondere, Non ti preoccupare, lo tratterò bene.

mercoledì 27 aprile 2011

giovedì 21 aprile 2011

"Oh, ciao, ho pensato tutta la sera a scoparti."

lunedì 18 aprile 2011

Mi piace mettere sempre la stessa canzone in macchina mentre ti lamenti e intanto promettere che dopo metto quella che metti sempre tu mentre io mi lamento

Mi è piaciuto quando mi hai detto che mi stavano proprio bene le scarpe nere mentre mi alzavo dal tuo divano, mi piacciono i colori delle pareti salmone, ti piacciono i miei occhi, sono bellissimi, con quelle pupille piccolissime sembrano due palle da bowling; mi piacciono i ragazzi che si vede che hanno una linea che gli contorna le labbra e quando i muscoli si tirano non si confondono con il resto della faccia ma resta quel contorno un po' inarcato, mi è piaciuto il giorno che te l'ho detto e tu non so se hai capito che eri uno di quei ragazzi, dopo te lo chiedo, le tue labbra sono enormi, che bisogno c'è dell'equilibrio?
Mi è piaciuto fumare due sigarette alla finestra dentro due coperte, mi piace mettere sempre la stessa canzone in macchina mentre ti lamenti e intanto promettere che dopo metto quella che metti sempre tu mentre io mi lamento, mi piace fare il bagno nella vasca e poi le spinacine, mi piace il tuo divano, mi piace andare nei posti come la Valle del Vento, mi piace quando dormiamo uno girato di qua e uno di là e basta che ci tocchiamo con un solo qualcosa. Mi piace quando ti sveglio di notte e ti dico abbracciami e tu mugugni e non capisci niente e dopo un po' lascio perdere, e la mattina mi dici che invece avevi sentito ma non ti andava di muoverti e io ti perdono lo stesso. Anche perché poi mi porti a scuola. E poi torni a letto. e poi vai in Hdemia.
Mi piace Baths.

giovedì 14 aprile 2011

Mi piacciono le droghe perché soffrire per una dipendenza materiale fa sentire meno il dolore psicologico.
Non ho i soldi neanche per le sigarette, ma mentre penso a quanto ne vorrei una non penso a quanto rivorrei il mio uomo.
Astinenza per coprire l'astinenza mi sembra una giusta soluzione temporanea. Come il metadone dài.

martedì 12 aprile 2011

Il collo come

"Non ti ho chiamata così tante volte solo per dirti delle medicine, ti volevo dire che mi piaci tu."
"Ah."
"Io non ti piaccio neanche un po'?"
"Ho il ragazzo..." Mento.
"Non ti sono mai piaciuto?"
"Bhé, ci siamo sempre sentiti quando ero già impegnata, quindi..."Mento di nuovo.
"Lui non lo lasceresti per me?"
"Sono innamorata..."
"Lo sai che hai il collo come Glenn Gould?"
"Ah, wow." Capito 'Van Gogh' e mi chiedo come fosse il suo collo.
"Lo conosci, Glenn Gould?"
"Sii" Mento ancora. Si mangia le parole, ha la bocca impastata e non capisco.
"Ce li hai i suoi dischi?"
"Ehm, no..." Dischi di Van Gogh?
"Io si. So tutto su di lui, è morto nel 1982, è uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi."
"Fantastico!" Ok, non è Van Gogh.
"Vorrei avere anche io il collo come Glenn Gould.
Se tu mi insegnassi a tenerlo così..."
"Magari un giorno... Ora però devo andare a pranzare."
"Va bene, ciao."
Voglio amare qualcuno che non sia tu.

(io ogni volta che lo vedo mi viene da piangere pianissimo)

sabato 9 aprile 2011

Quando penso a V, penso a quanto lei e il suo uomo siano forchetta e coltello e a quanto io non sia mai nemmeno dello stesso servizio del coltello che mi piace.
E' dolce come mio padre si arrabbi se a tavola apparecchio mischiando il servizio giallo e quello rosso, è di un'accortezza adorabile premurarsi che ogni elemento abbia affianco a sé l'oggetto perfetto per lui.
E' per questo che dio non esiste, se no ci avrebbe accoppiati.

lunedì 4 aprile 2011

Ho sognato come sempre che dovevo guidare di notte, come sempre che dovevo farlo sotto effetto di stupefacenti e che la tua fronte sanguinava, sopra l'occhio destro e io ti dovevo salvare. Ho sognato che stanotte, stamattina, ti portavo all'ospedale, tu non dicevi niente, c'era la musica forte; ti svegliavi proprio mentre io ero bruttissima e non mi volevi lo stesso, anche se ti avevo salvato. Perché ero bruttissima. Stanotte, stamattina, nel corridoio con gli armadietti, due tipi d'Holliwood in Inghilterra e non ti ricordavi di me. Vedi ti avrei portato giù con la macchina piccola, bisogna essere molto belli, ti gonfio le guance con un soffio, impegnarsi per farti ridere, scegliere le scarpe più eleganti, mi piaceva guardare le tue ginocchia, non ho voglia di nulla. Una cosa che mi piacerebbe tanto sarebbe essere invisibile e guardarti.
"Il bisogno che sentiva era quello di un luogo riparato in cui aspettare il mattino, per capire dov'era arrivato e se era un po' più vicino alla meta. Aveva pensato di chiederlo all'uomo della macchina, ma pur nella sua inesperienza sapeva che gli uomini non capiscono bene il gattilico, mentre al contrario i gatti intendono benissimo la lingua degli uomini tra cui sono nati, e così capita che tra gli umani e il popolo gattico la comunicazione presenti molte difficoltà e sia costretta ad avvalersi di segnali non verbali, cosa normale quando esseri primitivi si incontrano con esseri evoluti." Margherita Oggero

sabato 2 aprile 2011

L'altra notte io e Thias pensavamo alle persone che ci piacciono che conosciamo e tutti e due si diceva che ci garba Simonerossi . Saranno gli occhi grandissimi, sarà che suona tutto, sarà che dice cose belle.
Simonerossi è uno che quando ci parli ti sorride con tutta la faccia, che sarebbe a dire con la bocca, i denti, chiaramente gli occhi, le sopracciglia, le ciglia, i capelli, il naso, la barba, eccetera.
E però, quando lo guardi, lo vedi che lui mentre fa tutte le altre ròbe della vita sta pensando sempre a qualcosa di interessantissimo su cui è concentratissimo e che occupa sempre una parte della sua mente. Insomma, siccome ero sballatissima, me lo sono immaginato come se avesse una sezione di tipo circolare nel cervello che è dedicata a pensare a quella cosa importante su cui si deve concentrare. Che appena la risolve, o la scrive, o la compone, poi la cambia e si scervella su una nuova. E' come se non fosse mai tutto tra noi.
Però lo camuffa bene, sorridendoti con tutta la faccia.

sabato 26 marzo 2011

Mia madre, che non se ne parla mai.

A sedici anni mia madre naturale mi fece venire un esaurimento nervoso.

A mio nonno, quando avevo dieci anni, è venuto in mente di affittare di nuovo una casa ad Acciaroli ogni estate per far passare quindici giorni al mare alle sue due figlie con i rispettivi pargoli, come faceva quando ero piccola. E fin qui tutto okay.
Dai dieci ai sedici anni ci sono andata praticamente ogni estate, e dopo i primi quattro giorni volevo affogare al porto.
Un posto bellissimo, per carità, ci ho dato il primo bacio lì, il ragazzo era un po' meno bello, anche il suo nome era poco bello, ma insomma, bello.
Mia madre, per convincermi ad accompagnarla, mi comprava in tutti i modi possibili: offrendomi soldi, vestiti, possibilità di invitare amici eccetera.
L'ultimo anno fu tragico.
Ero partita senza soldi, dicendo che sarei andata solamente se fosse potuto venire anche il mio ragazzo. M'aveva detto Okay. Ero arrivata a Salerno con un viaggio di undici ore in pullman senza soldi senza cellulare senza musica senza cibo con tanta pipì da fare alle nove e mezza di sera.

Il giorno dopo partiamo per la casa al mare, ci accompagnano i nonni, mi danno cinquanta euro che metto da parte per la reflex che ancora non ho, mentre mia madre mi porta per negozi e tenta di convincermi a spendere e spendere come è solita fare. Credo che abbia paura che i soldi, a tenerlì lì, dopo un po' se ne scappino, non lo so. Infatti non ce ne ha. Quando arriviamo, non faccio nemmeno in tempo a realizzare che siamo scese dalla macchina che i nonni ci risalgono e se ne tornano a Salerno. Bloccata. La macchina se la sono portati via loro. Non ci sono autobus, non c'è nulla, non ci sono giovani tranne due sfigate perse con cui non so assolutamente di cosa discorrere. Non ascoltano musica, non leggono, non vivono, guardano i maschi.
Non è possibile andare a prendere il mio ragazzo che sarebbe arrivato alla stazione di Salerno, e mia mamma me l'ha fatta un'altra volta, stuck with her. E' una di quelle persone che certe cose le fa con tanta nonchalance che tu continui a cascarci. Perché quando te l'ha fatta una volta poi non ci credi che abbia il coraggio di riprovarci, credi che sia finita lì, come le malattie tipo il morbillo, gli orecchioni, e invece no. Mia madre è una fottuta influenza. Ma non si prende nemmeno la briga di modificarsi e potenziarsi come il suddetto virus, no, quando non te l'aspetti ti infetta di nuovo allo stesso modo.
Allora a me girano i coglioni, ma dico vabbè, poi tanto "I nonni questo weekend tornano a trovarci, se vuoi poi puoi tornare a Salerno con loro e andartene a casa in treno", dice, è lunedì, okay. Ma non ho alcun soldo per tornare e lei fa la finta tonta. Mi dice "Hai cinquanta euro", la fulmino. Non erano questi gli accordi.
Io odio le spiagge, bisogna precisare.
Una settimana lì è snervante, me ne sto in terrazzo, guardo i fiori. Mia zia isterica non manca di farmi pesare la cosa e di ricordarmi quanto non stia sfruttando la vacanza offerta dal nonno, la cosa mi passa attraverso, non ho alcuna intenzione di farmi ricattare dai signori S., la fottuta vacanza che ogni anno è la trappola di mia madre e sua sorella, qualcosa da rinfacciare a vita. Pazzi, pazze.
Arriva il weekend, tornano i signori.
Io detesto mia nonna, c'è da precisare.
Lei, notando che non mi presento in spiaggia, comincia a ripetermi alterata quello che mia zia mi urla da una settimana per quanto riguarda la vacanza.
Per più di dieci ore va avanti con le sue lamentele, accompagnata da mio nonno, il quale ne è succube.
Mia madre se ne sta zitta tutto il tempo. Oppure mi viene vicino e mi offre i soldi di mia nonna chiedendomi, in cambio, di restare. "Nonna, vero che se resta le dai cinquanta euro?" Sono allucinata, le dico che è fuori di testa.
Finisce che gli sbatto la porta in faccia e mi chiudo in camera mentre mi danno dell'ingrata maleducata. Okay. Io me ne voglio andare e desidero solo un passaggio in auto per Salerno, mi basta.
Mia nonna però non smette di lamentarsi e urlarmi nipote snaturata, figlia snaturata violenta ingrata stronza cattiva.
Gli urlo un bel vaffanculo e me ne vado. Mia madre se ne sta zitta ancora. Dice che bisogna fare così, tanto la nonna ormai è impazzita, ma io non ho ugualmente alcuna voglia di ascoltarla e di doverle qualcosa. Ma c'è anche da dire che i miei genitorni sono separati e mia madre non paga gli alimenti. Devo per forza chiederle qualcosa. E mia madre, c'è da dire, parassita sulle spalle di sua madre da quando è nato mio fratello Cristian. E' una catena maledetta.
Me ne vado in spiaggia al tramonto, urlando. Mia madre prova a telefonarmi un paio di volte, non le rispondo.
Mi ripresento quando è ormai buio ancora intenzionata a tornarmene a Salerno, ma quando arrivo lei si sta fumando una sigaretta sul terrazzo e mi dice candidacandida "I nonni sono andati via, io ho provato a chiamarti ma..."
Stuck again.
Dò di matto. Lei continua a fare la finta tonta.
Vado in spiaggia ad urlare, provo a chiamare mio padre, non prende neanche il telefono, avevo fatto progetti che vanno in fumo, tutti i concerti a cui devo andare e per cui ho preso i biglietti sono irraggiungibili, sono bloccata insieme a due pazze in un paese senza abitanti, l'idea della vacanza con il mio ragazzo è sfumata, mia madre si comporta così da sedici anni. Diciotto, ora.
Un uomo sulla spiaggia sente le mie urla e si avvicina, mi dice che ha due figlie adolescenti e mi chiede cosa sia successo, gli dico che sono bloccata in quel fottuto paese e lui mi fa presente che c'è un traghetto che porta a Salerno, se ne ho bisogno, la mattina alle dieci. Ringrazio e faccio finta di calmarmi, in modo che mi lasci sola. Torno a casa come una furia e le dico che me ne vado, lei mi dice vai, lei sa che non ho i soldi necessari, se ne sta in terrazzo, le urlo che avrebbe dovuto abortire se sapeva che una figlia non l'avrebbe saputa crescere, che è falsa, che è una puttana, che non mi ha mai dimostrato un minimo di affetto, che quando avevo avuto bisogno di lei mi aveva lasciata a mio padre ed era andata a fottersi lo stronzo di turno e tenta di bloccarmi solo perché si sente sola, che deve morire, sparire. Vado fuori di testa, lei se ne sta zitta, oppure mi chiede con sarcasmo se ho bisogno che mi vada a comprare del Valium, qui c'è bisogno di un po' di Valium, eh, io ti ammazzo, i vicini sentono le urla e bussano alla porta, la minaccio con le sedie della cucina, continua ad essere impassibile, poi non mi ricordo più.
Passo una settimana a letto senza mangiare senza parlare senza muovermi con lei che fa finta di nulla o di non vedermi ascolto la radio lascio il mio ragazzo per telefono voglio morire dormo mi deprimo.
Non le parlo per tutta la restante settimana.
Non le parlo per i mesi seguenti, dopo che sono tornata a casa.
Poi lei, con la sua nonchalance, riesce a riavermi di nuovo. E' snervante, ottiene tutto ciò che vuole con la sua tecnica.
Ultimamente mi telefona per chiedermi quando mi va di andare da lei che ci sono i saldi che mi regala un tatuaggio che andiamo dal parrucchiere ma intanto siamo in rosso in banca io e mio padre e lei pacca le rate del computer che mi ha regalato per il compleanno.
Ancora non ho capito se la odio o no.
Fino all'anno scorso piangevo quando tornavo a casa dopo aver passato quelle due settimane all'anno con lei.

giovedì 24 marzo 2011

Mai stata così sicura di voler morire.

mercoledì 23 marzo 2011

Le magliette dell'altro.

La gente innamorata si impara le magliette dell'altro. Così quando si esce ci si dice: Mettiti quella verde, Ma come, non ci sta meglio la blu? No, no, è più bella la verde.
Al telefono.

lunedì 21 marzo 2011

Mi sono coperta dal sole in modo che non mi colorasse, vorrei esserci quando ti farà rinascere le lentiggini.

Stamattina, nel vuoto, sono andata al Parco della Resistenza a guardare le Folaghe.
Ce n'era una sola.
La perfezione inetta e desolata, con le sue scarpe di tartaruga e le tartarughe che le dormivano al sole, intorno.
Sono andata al parco a guardare Zampedifoglia.
Mi sono coperta dal sole in modo che non mi colorasse,
vorrei esserci quando ti farà rinascere le lentiggini.
Oggi non ci sono nuvole, non c'è vento, non c'è freddo, è tutto stupendo, davvero.
Vorrei esserci quando morirò.
Oggi non devo studiare, non devo organizzare nulla, non devo vestirmi, è tutto stupendo, davvero.
Vorrei esserci per quando amerài qualcuno.
Oggi non c'è gente antipatica, non c'è scuola, non devo rapportarmi per forza on le persone, è tutto stupendo, davvero.
Non ci sono non ci sono non ci sono non ci sono.

giovedì 17 marzo 2011

Stanotte ho sognato questo sogno che credo sia stato quello più angosciante che mi sia mai capitato di sognare.
All'inizio sono sul pianerottolo al terzo piano della mia scuola, mi chiama mia madre e le vomito addosso tutte le cose più brutte che penso di lei, tutto il mio disprezzo, e le elenco tutti i comportamenti esasperanti che non ha mai avuto intenzione di modificare anche se sa che li detesto. Ho una tale rabbia addosso che lei mi chiude il telefono in faccia. Non l'ha mai fatto. Non ho nemmeno mai pensato più di tanto a questi suoi comportamenti, li accetto, alla fine lei non mi avrebbe fatta nascere, è normale che non sappia crescermi. Ma dentro il sogno la odio con tutta me stessa.
Nello stesso istante, attraverso la porta di vetro che dà sul corridoio, vedo una ragazza alta e mora, con un bicchiere di plastica in mano e una bustina di Oki, che digita un numero sul cellulare e telefona ad una donna. Sento la voce di questa donna come se ci stessi parlando io: la riempie di cattiverie e le dice che non vale nulla e che di lei non le interessa, fino a che la ragazza non chiude la conversazione senza dire una parola.
Dopodichè, anzichè versare l'Oki nel bicchiere, con la disperazione negli occhi tira fuori una siringa, preleva il contenuto della bustina mischiandolo con un po' di un altro liquido che non riesco ad identificare e se lo inietta in vena, nel collo. Dopo aver firmato un foglio che tiene in mano.
Io osservo la scena dall'altra parte della porta, ma vado verso di lei solo al termine di questa operazione, aspettandomi che sarebbe caduta a terra senza vita in pochi secondi. Così non succede, ma appena mi avvicino -non so in che modo- ci fondiamo nella stessa persona.
Mi sono appena fatta un endovena d'Oki e non so se morirò a breve o no.
Esco dalla scuola e mi ritrovo ad una festa in un posto che non ho mai visto ma che più o meno conosco. Entro nella stanza più tranquilla, incrocio Riccardo con il suo giubbotto rosso e lo evito senza guardarlo in faccia, praticamente lo scavalco. Lui mi segue, mi ferma e mi chiede perchè lo faccio. Iniziamo a discutere ricordandoci a vicenda quanto l'altro sia stronzo, io sono totalmente sconvolta dal fatto che lui sia convinto di essere anche solo un minimo dalla parte della ragione in questa storia. Dopo poco abbandono il discorso, gli dico che sono troppo fatta per continuare a parlarne, mi chiede cosa mi sia presa ma non riesco a pronunciare frasi intere senza balbettare, gli scrivo su un pezzo di carta che mi sono fatta una pera. Lui mi snobba, sta facendo su, gli chiedo se mi lascia una canna, mi guarda un po' storto, passa B. e mi dice che me ne lascia lui una. Riccardo si siede al tavolo che è nella stanza. Io accendo la mia canna. Mi perdo in altri pensieri per un po'. Poi mi giro e vedo che, seduta sulle sue ginocchia, c'è una ragazza. Gli chiedo chi sia questa troia e mi risponde N., che è seduto vicino a lui, dice che è solo la sorella piccola di un amico. Arrivano A. e S. e io prendo Richi per le braccia e comincio a chiedergli perché non possiamo stare bene come loro, alzo la voce, lui mi allontana con la punta delle dita all'altezza delle clavicole, mi spinge con entrambe le mani, arriva Thias, allontana lui allo stesso modo e gli dice che certi comportamenti può usarli con sua sorella, se proprio desidera.
Mi sveglio di soprassalto.
Mai stata così felice di scoprire che un sogno era un sogno.

La cosa che mi angoscia sono le due telefonate, la mia e quella della ragazza, in cui io esprimo il mio disprezzo e lei riceve insulti. E poi il nostro fonderci insieme.
Come me lo spiego questo?
(il sogno era ambientato nella serata di ieri, in cui io ero andata a dormire indecisa sul se prendere un Oki o meno e con la scimmia. eheh.)

mercoledì 16 marzo 2011

Ieri sera Thias mi accarezzava una guancia mentre eravamo seduti sul divano e mi sono addormentata con la testa nella sua mano come i cuccioli di animali.

domenica 13 marzo 2011

Caterina Marrone.

Ho ritrovato questo. Che è un piccolo capolavoro del nostro amico Aldo.


Caterina e io ci siamo conosciuti nel 1985.

Eh, io ero seduto sulle gradinate della palestra del Liceo Cairoli quando per la prima volta mi accorsi quanto fosse bello che una della prima D non facesse ginnastica, e respirasse lì vicino a me.

Eh, mi accorsi che faceva un odore che mi sembrava di fiori visti tutti assieme, come certi campi di margherite grosse che ci sono vicino ai finanzieri di Clivio.
Eh, avevo bisogno di parlare con quella fonte di sensazione di prati che mi faceva sentire un po' scemo e come inclinato, completamente, verso di lei.

Le dissi così all'improvviso uno sproposito su Saba e lei replicò dicendo che Saba considerava sua moglie una gallina.
Io le risposi "No, a una capra dal naso semita" (non era vero, Saba assomigliava sua moglie a diversi animali da cortile tra cui esclusa la capra semita, che era in un'altra poesia). Così continuavamo a parlare di Saba.

Eh, mentre parlavo mi sentivo un aereoplano, come un pilota ubriaco d'aereo che guarda giù le case e la città ma non guarda davanti in quanto sennò si abbaglia e sbatte contro al sole.
Eh, la faccia di Caterina mi sembrava un sole con il mascara, era come se avevo bevuto trenta caffè, le mie vene erano treni pieni di dolci che sbandavano soddisfatti. Erano bambini.

Eh, dopo due giorni l'ho rivista e le ho parlato e mi sono accorto che le stavo parlando ininterrottamente da due giorni.
Eh, mi rallegravo di cose che avevo ritenuto sempre normali, a cui non avevo mai fatto caso.
Ero felice che Caterina avesse le gambe per esempio.
Vedevo sempre la gente che aveva le gambe, da diciannove anni non ci facevo caso, ora ne ero così felice che camminavo toccando le vetrine dei negozi contento di sentire il vetro e mi piacevano anche i semafori, come se erano diventati completamente magici.

Eh, una volta mi ha scritto con un pennarello rosso il suo numero di telefono sull'agenda.
Era il numero più grande che avevo, occupava due pagine di ottobre.
Era anche il più rosso e strabordava dal foglio.
Dopo quindici giorni circa le telefonai per sentire qualcosa dei Doors insieme a lei.
Le abbiamo sentite.
Poi siamo andati a mangiare la pizza in un posto assurdo di Viggiù alle nove.

Eh, la sera pensavo ai suoi capelli fatti di sole, mi sembrava banale paragonare i capelli biondi di una donna al sole, allora pensai di accostare i capelli di Caterina alla corriera che collega Viggiù a Varese ma non c'entra niente, e così sempre paragonando mi sono addormentato, e mentre dormivo respiravo moltissimo, ero addormentato ma perfettamente consapevole che stavo respirando ogni cosa che fosse respirabile e non solo, respiravo anche le ombre delle persone che avevo visto passare, respiravo i negozi che aprono alle due e mezza di pomeriggio e quelli che tengono chiuso fino alle sedici, respiravo i treni che si muovono in tutto il mondo sabato.

Il giorno dopo sono andato a scuola e mi sembrava di vedere Caterina dappertutto, ogni persona si trasformava in lei e mi veniva voglia di chiamarla.
Poi mi accorgevo che era un giardiniere che non conoscevo (Per fare un esempio. A volte era l'autista del pullman di Viggiù)...

Eh, ogni volta che la vedevo faceva meno freddo in tutta Varese.
Ogni volta che la vedevo c'era un esagerazione di cose dappertutto, sembrava che stesse nascendo un altro pianeta lì, tra i banchi della mia classe, e da quella ne nascesse un'altra, come in un gioco di scatole cinesi, così l’ho baciata e

Una volta io e Caterina abbiamo comperato del prosciutto cotto a fette molto grosse in un negozio di corso Matteotti che si chiama "Vallanzasca", due etti di prosciutto cotto.
Lo abbiamo scartato e mangiato con le mani. Come dei maiali che hanno fame, lo abbiamo mangiato, mentre camminavamo su e giù per il corso...
Eh, ridevamo fortissimo.
Passando, un bambino ci indicò alla madre.
Puntò verso di noi il dito e disse "Mamma guarda i drogati"...

Quella sera, mi ricordai che da piccolo avevo guardato un documentario sulla droga. Alcune persone sedute attorno a un falò si dilatavano, diventavano grandissime, diventavano piccine, cambiavano continuamente.
Da quella volta decisi che sarei sempre stato drogato, e la droga non era altro che la mia capacità di vedere tutto sotto ogni possibile aspetto, aspettavo al varco le cose e le vedevo diventare altro, incessantemente diventavano altro e le volevo.
Caterina era una droga che si indossava dei vestiti indiani.

Caterina, inoltre, si metteva tantissimo rossetto rosa e mi piaceva sentirlo dappertutto, aveva un buon sapore, tanto che una sera in cui ero, in stato di coma superficiale, ricoverato all'ospedale di Varese, mi venne in mente di alzarmi perchè sentii quell'odore di rossetto buono, non avevo più voglia di essere morto, mi è successo alle due di notte.

Allora era un tempo che abitavo a Viggiù, in una casa di cui non aprivo mai le finestre.
Mi piaceva che fosse sempre notte.
Un giorno è venuta Caterina con un disco di un gruppo americano dal nome pieno di consonanti.
Aveva un vestito indiano azzurro con disegnate le montagne e il sole trasparenti. Mise il disco di quel gruppo e ballò, il buio non aveva più senso, doveva entrare in casa il sole, aprimmo le finestre e il sole si rovesciò dentro a cucchiaiate dense, si rovesciava con una furia che non avevo mai pensato in vita mia, mi sembrava un bambino che scende velocissimo dallo scivolo a occhi chiusi dentro la mia stanza, c'era una moltitudine di raggi neonati.

Spesso comperavamo il Biancorì, che era un tipo di Ciocorì ma bianco.
Ne conservavamo l'involucro perché con quaranta confezioni si vinceva una tastiera elettronica piccola come una tessera della Sip.
Quando due persone si amano comperano sempre il Biancorì.
Andavamo a mangiarlo sotto la statua di piazza Mercato Vecchio.
Sempre di notte. Ne staccavamo dei pezzi molto grossi e poi lo mangiavamo insieme fino a che le nostre labbra non si incontravano.

Allora continuavamo.

Eh, non tutti sono vissuti a Porto Ceresio nel 1987.
Io abitavo dietro alla stazione, un po' più a destra di un distributore di benzina che c'è prima della strada che porta lì.

Ero ospite di un mio amico figlio di un medico che aveva una casa con una sala piena di dischi di musica classica.
Sotto la sala c'era un tavolo da ping-pong vecchio e un'auto che non sapevo guidare mai.
Io stavo spesso dentro la sala piena di dischi a ascoltare le macchine che passavano fuori, e le voci delle persone che attraversavano i binari per uscire dalla stazione.

Ciascuna voce vibrava come una fiamma e si spegneva sbattendo contro la cucina quando andavo a mangiare.

Quelle voci arabescavano attorno all'insegna del distributore di benzina, ne vedevo un pezzo fuori dalla finestra ogni volta che prima di mangiare mi sporgevo a guardare la sera a Porto Ceresio.

Ognuna di quelle voci nell'intreccio restava quella, appena sembrava che si confondesse completamente alle altre tornava.

Poteva essere la coda di un saluto o la bestemmia di un barista vicino al lago. Spesso, fuori di quella casa nevicava.
Anche se nevica non è mai come prima che nasci. Prima di nascere, tutte le voci sono la periferia di una voce soltanto. Sono confusione del nulla che finisce.

Lì a Porto Ceresio ero nato da vent'anni appena.
Lo stesso mi sembrava esagerato.
Eh, tutto continuava a diventare diverso.
Esempio: gli orari, alle nove ti metti lì a mangiare, poi sono le dieci, è una cosa diversa dalle nove.
Più o meno, le dieci di tutti i giorni si assomigliano. Ma i giorni vanno via, come i pezzi di una collana che si rompe per terra finiscono dappertutto, era in fondo solo una catena di idee, giorni che ritrovi dopo molto tempo dietro al calorifero per esempio. Tuttociò, memoria.

Per cambiare l'ordine delle cose la gente si tira addosso scoiattoli surgelati, abbraccia una causa o va a Santo Domingo per aprire una pizzeria.

Nel 1987 anch'io avevo questi problemi con i giorni che vanno.
Per cercare di risolverli ho provato a prendere degli psicofarmaci con l'alcool, Prazene e Ludiomil dentro la birra o il Valium o anche le Roipnol con il vino ma era peggio, per un po' le ore sembravano un pugno di spilli che cade alla rinfusa giù nella tromba delle scale, non capivo che nesso c'era, l'universo si prendeva un pomeriggio intero di vacanza.
Ma alla sera, uscivo a prendere le michette e non ero capace di prendere il portafogli, non riuscivo a pagare, non pagavo, non uscivo a prendere le michette, rimandavo tutto al giorno dopo e al giorno dopo ancora, il giorno dopo era fatto di due giorni messi assieme, quello dopo ancora di quattro e così in sequenza esponenziale.
Inoltre mi faceva male la testa e avevo sonno.

Questa disperazione inizia da bambini, ti dicono che dopo capisci tutto ma prima che arrivi dopo sei sposato da quindici anni con i figli e non hai ancora capito nulla, se vuoi uscire da lì nessuno ti restituisce i soldi del biglietto della vita devi continuare a stare lì.
Il treno 10726 il nove febbraio 1987 arrivava a Varese alle 18 e 05, sul binario 3.
Dopo che ho fatto il biglietto sono andato con Caterina a comperare le sigarette.
Mancavano circa dieci minuti alla partenza e così mi indispettivo a fare la coda.
Davanti a me c'era un signore sulla sessantina, un tipo bizzarro che ogni tanto si vede passare per Viale Borri, che voleva acquistare una scatola di "spadatrappe".
"Spadatrappa", in non so quale dialetto del Sud, significa cerotto (quasi come in francese).

Da bambino mi riempivo di cerotti perchè anche se non avevo nulla era piacevole, mi facevo coccolare per le ferite immaginarie da mia mamma.

Eh, era come una ferita o un fiume che esce improvviso dall'aria quella che mi travolgeva a causa del fatto che Caterina era insieme con me a fare la coda per comperare le Marlboro lunghe.

A volte sognavo di dormire nelle sue ossa, immaginavo di essere una barchetta che viaggia nel suo sangue, che va dentro il suo cuore.

Quando toccò a noi prendere le sigarette le presi. Un pacchetto di MS e un pacchetto di Marlboro lunghe.

C'era un silenzio per dire che ogni spazio giunto a separare le parole era un modo per esprimere amore. Volevo fosse, quel silenzio giunto a separare le parole in modo che ciascuno spazio esprimesse amore, semplicemente
infinito.

E' che tutti parlavano ma non li sentivo parlare, e c'era il rumore di un treno merci in fondo, davanti alla casa dello psicanalista.

Era che tutto era Caterina, e i continenti saltavano giù dal segnale orario sopra la sala d'aspetto di seconda classe, ticchettavano lì attorno come incubi, erano le sei e tra poco sarebbe arrivato il treno.

Volevo essere una supposta di Caterina, volevo essere i vestiti di Caterina, volevo essere la collana con il ciondolo della pace di Caterina, volevo essere la colonna vertebrale di Caterina, non volevo prendere il treno.
"Caterina -le dissi- e vero che tu non morirai mai?"
Le parlavo, ma non era vero. Vagavo nei suoi occhi e c'era vento.
"Qualcosa di noi è sempre esistito -sussurrò- e esisterà per sempre". Ci siamo baciati, Caterina e io.

Allora è successa quella cosa. Una tenaglia di anni luce sgusciò attorno a quella sera, in una morsa profondamente bianca, profondamente nera capii di nascere, nacqui. Nuotando nell'acqua degli occhi di Caterina. Vedevo la pianura padana e l'Everest e le partite di calcio e le battaglie di triremi degli antichi. I dinosauri e le torte della signora Collura. Vedevo i rododendri spostati dal vento farsi come una sciarpa che mi avvolgeva calda, ogni cosa era fatta di acqua, nuotavo negli occhi di Caterina come un campione olimpionico, come un dio sconosciuto, come una rana, vedevo il mondo che cresceva dentro di me. Era confusione del nulla che finisce.
Io ho dormito sei mesi col naso tra le scapole di un'altra persona, non è che posso riprendermi più di tanto in fretta.
Quando sono molto fatta di qualcosa mi vengono in mente certi particolari nitidissimi sulle cose della mia infanzia. Come l'orso di pezza di colori inabbinabili che sostituiva per me mia madre e si chiamava Paola. Un giorno il cane lo morse in piena faccia e da quel momento cominciò a somigliare a mio nonno paterno. Un trauma.
Dovrebbero togliermi le sigarette di un'intera vita per come tengo la mia camera.
In comunità quando sgarri ti tolgono le sigarette una a una per ogni cazzata che fai.
Vivere è tutto un lavarsi e uno sporcarsi. Cioè, è tutto uno sporcarsi, poi tu decidi di cosa, a volte non lo decidi proprio tu, poi ti lavi, che vuol dire che ti sporchi d'acqua, vorrei avere qualcosa da prendermi per farmi venire in mente storie interessanti di quando ero ancora intelligente, ovvero sotto gli undici anni, e scriverle, ma sono senza soldi. L'unica cosa stimolante qui è Chet Baker.
C'è solo una roba di cui vorrei parlare e per dignità personale non posso farlo quindi ho deciso che non dirò niente finchè non troverò qualcosa di più bello e meno pieno di spine.

lunedì 7 marzo 2011

Lo rivoglio indietro lo rivoglio indietro lo rivoglio indietro lo rivoglio indietro.
Voglio che mi ami voglio che mi ami voglio che mi ami voglio che mi ami.

Messaggi.

I miei si scrivono le robe sullo specchio del bagno da un sacco di anni. Oppure i post-it. La mattina c'è sempre la moka piccola già riempita e sotto il tappo c'è infilato un biglietto giallo con scritto "E' pronta!". Oppure sulla carta igienica. Papiri, con la penna liquida.
Sullo specchio, i messaggi all'inizio si concludevano con "Ti amo!", poi ad un certo punto mia mamma era incinta e allora c'era scritto "Ti/Vi amo!" e quando è nato Carlo è diventato "Vi amo!". Quando ai miei amici capita di entrare nel bagno di là escono e dicono sempre Che carini.
Ma si lanciano anche certe frecciatine... Un giorno ci ho trovato un sacco di scritte che tentavano sottilmente di ricordare a mio padre di non buttare troppa carta nel cesso e di tirare sempre lo scarico. Il giorno dopo lui aveva risposto con tutta una serie di striscette di scotch di carta con scritto: "Dài, puoi farcela!" "Ci sei quasi!" "Ce la puoi fare!" E alla fine, attaccato sotto la finestra: "Ce l'hai fatta! Ti sei ricordata che.... Ti amo!!!".
Che carini. Che storia, si amano.

giovedì 3 marzo 2011

Sto troppo male.
Ciao mi ricordi me, io mi ricordo lui e vorrei sparire ciao ho sempre fame adesso. Ne manca sempre un po'. Persone brutte che trasformano persone carine.
Per spiegare quanto certe cose siano rovinate si fanno similitudini riguardanti cose larghissime paragonate al collo delle bottighie del the. Tutti se lo chiedono perché abbia quella forma che sembra fatta apposta per sbatterti sul naso. Sembra un errore, invece è schiuma. Lo fanno per la schiuma. Quando il the viene versato in una bottiglia col collo stretto fa troppa schiuma.
Quando tutto va male guarda una puntata di Skins che a loro di certo va peggio.
Noi non ci siam mai voluti bene, non siam mai sembrati coltello e forchetta.
C'è un video di Amon Tobin dove all'inizio lei parla al telefono e ha degli occhi speciali.
Non ci vuole mai bene qualcuno, oh, se non stai con qualcuno è perché non ti piace abbastanza, c'è poco da girarci intorno. Oppure perché qualcun altro ti piace di più, o ti piace ancora. Alla fine del video c'è un fiore bianco e poi i titoli di coda. Io vorrei essere i titoli di coda perché non ne posso più di essere il fiore. Almeno però lei sorride.
Ho un quaderno dove non scrivo niente.
Quando arrivi tu... non sento niente.
Quando parlo, non sento niente.
Quando ascolto la musica, non sento niente.
Quando piango, non sento niente.

mercoledì 23 febbraio 2011

Che cosa mi è successo:

Che cosa mi è successo:
La persona che amavo più della mia vita e più di chiunque altro avessi amato prima*, dopo una litigata riguardante una cosa stupida che però mi aveva fatto esasperare tanto da dirgli "Okay, ci lasciamo", ma solo per spaventarlo, ha pensato bene di cogliere la palla al balzo e dirmi finalmente quello che pensava da tempo: ovvero che non mi ama, che non mi ha mai amata neanche "sforzandosi" e non ce l'ha mai fatta con nessuna, che non riesce a vedermi come nient'altro che un'amica e che si, lasciarci è la cosa giusta da fare.
Appena gli avevo detto (dopo la litigata) che non volevo più stare con lui, però, mi aveva pregata di riprovarci, di stare ancora insieme; io ho fatto l'errore di non dire subito di si e fare pace e lui il giorno dopo aveva preso la sua decisione. Ovvero di non vedermi più.
Al che io vorrei sparire e non trovo nemmeno le mie medicine perché mentre stavo con lui non le usavo e adesso non so dove cazzo le ho messe.
Avrei potuto far durare tutto un po' di più.
Lui era perfetto, aveva degli amici perfetti, facevamo tutte cose belle, era bello, avrei voluto leggergli i libri, se solo mi avesse dedicato più tempo, si vedeva che non mi amava, ma lui ogni tanto me lo diceva, C'è da precisare che solo qualche volta l'ha detto per primo, mi ricordo tanto bene quella volta che siamo tornati dai Blank Dogs, i suoi "Ti amo" erano quasi sempre solo una risposta, ma queste cose non le volevo vedere, cioè, glielo dicevo, gli chiedevo ma non ti piaccio ma non mi ami ma non ti va di vedermi e lui diceva ma no cosa dici.
Poi le cose brutte tipo che non mi ama e che non vuole stare con me e che gli era capitato di venire da me senza nessuna voglia di vedermi eccetera me le ha dette al telefono. "Perché se ci vediamo dopo tu piangi e io torno con te e non va bene, poi tra poco ritorniamo al punto in cui siamo ora". Poi io ho rotto i coglioni per due giorni e alla fine è venuto a Forlì, abbiamo parlato per le scale di casa di Thias, a me era morto il cuore, lui mi ha detto le stesse cose senza avvicinarsi nemmeno, poi mi ha abbracciata dopo che io l'ho pregato per mezz'ora, poi gli ho guardato il petto dal collo della maglietta.
Poi non mi ha dato un bacio.
Io gli ho detto che lo amavo tantissimo. Veramente glielo dico tutti i giorni da quasi sei mesi. Non importa.
Ieri gli ho chiesto come fosse possibile che non gli mancassi e lui mi ha risposto Non l'ho mai detto, mi manchi, si, ma non in quel modo. Ma quale modo? Okay lo so quale modo. Ma come?
Quale ingranaggio non ha funzionato per cui lui ora è la cosa più importante al mondo per me mentre io non gli sono assolutamente necessaria?
Eppure gli amici ce li ho, le cose belle mi succedono... ma perché non ha visto quanto potevamo stare bene se solo si fosse tolto dalla testa l'idea angosciante di relazione tra due persone di diverso sesso che ha?
Dice che in realtà nessuna l'ha mai amato, solo io, e allora non poteva illudermi come aveva sempre fatto con tutte.

No vabbè ma vaffanculo.


*Lo so che non esiste amare poco e amare tanto, come dice Benigni, non si è morti poco o morti tanto. Ma era per far capire che non sono mai stata così presa da nessuno.

giovedì 17 febbraio 2011

Vorrei che qualcuno mi uccidesse perché non so farlo da sola.

mercoledì 16 febbraio 2011

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Più in forma, sto meglio, forse non lo è, le foglie, la carne, mi viene in mente la ginnastica artistica, i video tape, casalinghe in casa la mattina, la pioggia, cambia canale. Tre chili in un mese, ho fame, la cheratina, quattro calorie a grammo, ai Daft, l'amicizia, esistono tre tipi di morte. La pronuncia, non c'è barba, buon viso a cattivo gioco, non è vero, coperta, html, studia arte! Recupera le cose, i panini, l'allergìa, lo sterrato, i passi, la noia, attesa, propano e scintilla, non trovo le cose, molestia, faccia tosta, la mela masticata, controfiletto di manzo, quello magro. Qualunquismo, alla fine io, non si può, le scale, l'olio, la seconda a destra. Flying Lotus, è scomodo, ti scuso, Milanò, cantanti froci, c'è limite, aggiornare. L'ABC, sembrava difficile, musica buona solo per scopare, anacoluto, io sto come d'autunno sugli alberi le foglie, la carne e i peperoni. Làvati, balliamo. -"Scrivi Milano." -"Milano mi rifiuto di scriverlo perché chi siamo? Vasco Brondi? -"Okay, allora mettici l'accento sulla o come i Sigur ròs."

(M+F)

domenica 13 febbraio 2011

Arrivare a casa il sabato sera e restare in macchina in giardino ad ascoltare Nero e guardare gli alberi per illudersi di essere tornati un po' più tardi. E' Forlì.

martedì 8 febbraio 2011

Poliziotti in borghese.

Mio fratello Carlo è un babluziente al contrario.
All'incontrario-o-o-o.
Mio fratello Carlo da grande vuole fare il poliziotto. Speriamo tutti che sia solo una fase.
Mio papà sabato gli ha regalato una macchinina. Bianca, decappottabile, tamarra quanto basta per affascinare un bambino.
Carlo l'avrebbe voluta della polizia, si lamentava un po'. Al che io sono andata a farmi la doccia.
Dopo un po' entra in bagno con la macchinina e mi dice: Ina-a-a, papà mi ha regalato questa macchinina che-e-e-e sono i poliziotti quando si travestono-o-o-o per andare nei posti e-e-e non farsi riconoscere!
Grande papà.

mercoledì 2 febbraio 2011

Voglio un uomo che veda le cose piccole. Voglio che il mio uomo veda le cose piccole. Le cose piccole sono ad esempio quelle che vede Anna dei Gatti di Anna. Voglio un uomo -voglio che il mio uomo- dica delle cose come quelle che sa dir lei.
"E c’era questo cliente oggi, sulla trentina,che mi fà : -La mia auto si trova in Via Melette.

-Via cosa?

-Via Melette, come le mele piccoline.

E sono morta di tenerezza."

E voglio che veda le cose piccole nelle persone e poi ci pensi la notte, oppure basta che veda le cose piccole in me e che ci pensi di giorno quand'ha tempo come io penso di mattina di pomeriggio di sera di notte a come si muovono le sue ginocchia quando deve passare in uno spazio stretto e a come si dischiudono un po' le sue labbra quando è concentrato.

lunedì 31 gennaio 2011

Sono morta.

Ho come l'impressione che sono morta, ogni tanto. Mi hanno detto che l'ultimo tipo di morte, poi, era contemporaneo. E credo d'aver trovato anche l'autore e 'sta settimana mi compro il libro se riesco a vivere un attimo. BYTHEWAY, le lucertole strette nel pungo. Stamattina mi sono svegliata come se non esistessi, oggi pomeriggio ho dormito e poi mi sono risvegliata ho mangiato due pezzi di pizza e uno di cavolfiore, sempre come se non esistessi, e ora medito sulla possibilità di riassumere le innovazioni di Joyce in inglese ora o verso mezzanotte, dopo la doccia. A volte me ne faccio due o tre al giorno, comprese di trattamento ai capelli. Io i miei capelli li tratto come se fossero tutti figliuoli miei, quando trovo qualche vittima tra i denti del pettine, mentre sempre sono sotto la doccia, li saluto, gli dico addio, resto in lutto per un po', li accarezzo. Io ho diciotto anni, abito a Forlì da dodici, sono nata alle sedici e venti e infatti è un orario in cui ogni giorno mi sento un po' strana. Sta lì, subito dopo il primo pomeriggio ma poco prima del tardo, e io mi ritrovo sempre indecisa sul da farsi, quando sono a casa. Andare a letto? Mangiare? Vegetare davanti al computer ancora per un po'? In genere finisce che vado a letto. E' proprio il mio orario del sonno. Dalle quattro e mezza alle sette. Succede d'inverno, quando mi sento di più che sono morta. D'estate le cose sono migliori e piove di meno.
Sono ancora indecisa, comunque, riguardo la frase "dopo il primo pomeriggio ma poco prima del tardo", continuo a riformularla, non mi piace il fatto di non riuscire a trovare un sinonimo o un altro qualcosa per non lasciare quel "tardo" da solo. In inglese è molto più semplice perché quando ti trovi davanti a questo tipo di frasi poi in fondo ci metti "one". Se ci fosse "one" dopo "tardo" sarebbe più equilibrata, perché funzionerebbe come l'aggiunta di un aggettivo dimostrativo; ovvero come se ci fosse scritto "di quello tardo" anziché "del tardo". Ma in italiano suona male e quindi tutta questa considerazione è fine a sé stessa. A volte, mentre parlo e mi accorgo di queste cose, aggiungo parti in inglese alle frasi, ma poi non mi capisce nessuno e sono daccapo.
Tornando al fatto che d'estate muoio meno e piove meno... bhé. Devo dire che ci sono come delle falle nella creazione. Ammettendo per un attimo che si possa parlare di creazione. Nel caso fosse solo un processo di evoluzione iniziata attraverso la totale casualità, si potrebbe parlare di situazioni scaturite dal fatto che ancora non siamo totalmente evoluti. E allo stesso modo l'ambiente intorno a noi. Del tipo i ditini piccolini dei piedini dicono che spariranno, così come i capelli (questa cosa mi tocca sul personale) eccetera. Allora queste falle della creazione o dell'evoluzione stanno ad esempio nel fatto che la pioggia cada dal cielo e allo stesso modo tutte le precipitazioni. Insomma, no. A mio parere la terra dovrebbe autoirrigarsi da "sotto". L'acqua verrebbe raccolta e depurata. Quando invece non era possibile depurarla, l'avrebbero raccolta dai fiumi. E così via. Oppure il fatto del parto. Sarà possibile che per compiere l'atto più naturale di tutta l'esistenza si debba patire? Questa cosa mi appare talmente incomprensibile che forse mi riesce più facile credere al fatto che sia stata tutta colpa di Eva, piuttosto che trovarci una spiegazione razionale. Insomma, fiche che si sbrancano per partorire? Donne (e animali.. cioè, animalesse. Cioè, mammifere) che muoiono durante il suddetto atto? Ma come? Eppure si presume che il mammifero di sesso femminile accudisca i propri piccoli dopo la nascita, quindi non dovrebbe essere ammesso un rischio così alto di perdere la vita a causa del parto. Questo ragionamento mi fa impazzire tutte le volte.
Si nota che sono meteoropatica e femminista?
Allora, io ho diciott'anni e sto concludendo l'ultimo anno scolastico nella totale inerzia e quando dico che sono morta seppur il mio corpo svolga tutte le funzioni vitali in modo adeguato, quello che intendo è che l'apatia mi attanaglia. Quindi ora vado a farmi una doccia e a contarmi i capelli. Fuori piove da giorni.

domenica 23 gennaio 2011

Mi piace andare a scuola.

Io non ho capito bene come mai (oppure forse all'inizio non era così ed è stato a forza di stare a contatto), ma i miei compagni di classe sembrano tutti fatti apposta per stare insieme sui loro banchini. Io, poi, me ne tiro fuori.
Tipo c'è il gruppo di quelle più diplomatiche e secchioncelle, che però all'ultimo anno gli scoppia l'ormone e non si capisce più niente. Il coglione (in senso buono) cagacazzo che sta con la secchioncella con l'ormone esploso, scopano, la notizia si espande, l'altro gruppetto assetato di pettegolezzi che coglie la storia al volo, il regista, la coppietta adorabile, quello che va al motor show e studiare itagliano non gli serve a niente cè che cazzo me ne faccio cè a me piacciono i motori porco Dio. Stefano Andreoli su 'Perchè no' qualche tempo fa diceva così: "Una volta ho scritto su internet che se dal mondo elimini quelli che vanno al motor show, diventa un posto migliore, e quasi tutti pensavano che scherzassi." Bhè, la mia idea non è molto diversa. Poi i due avventisti. E anche la mia idea sugli avventisti non si differenzia molto tra quella sui motori-addicted. Si fidanzano solo con femmine della propria setta, il sabato hanno il permesso per non venire a scuola perché devono andare alla messa, robe così. Io vorrei sbattezzarmi e poi aderire all'avventismo, così posso sbronzarmi anche il venerdì sera.
Comunque insomma, dicevo, ogni elemento si incastra alla perfezione con gli altri.
Poi la sera non li incontri mai. MAI. Cioè, tranne un paio di ragazze che erano quelle con cui ero amicona quando non avevo ancora cominciato a detestare il prossimo, gli altri non esistono. Tu esci e boh, pensi chissà dove vanno. Io ancora me lo chiedo. A quanto pare la verità è che non vanno da nessuna parte. Cioè, Forlì è piccola, non puoi nasconderti più di tanto.
Un po' di loro sono andati in montagna tutti assieme a sciare.
Alla tenera età di diciannove anni, si son presi la loro prima sbronza, tipo. Io non volevo che finissero le vacanze di Natale perché avevo paura del momento in cui avrebbero raccontato di quella settimana in classe e io non sarei riuscita a trattenere i miei commenti. Vabbè, avevano anche comprato da fumare. Avrei voluto vendergliela io, diamine, ahah.
Si incastrano alla perfezione perché sono tutti accomunati da una codardaggine che fa sognare.
Le cose non gli vanno bene finchè non arriva il momento di parlarne con il diretto interessato. A quel punto, tutto diventa perfetto, non hanno nessun problema.
Ma io alla fine gli voglio bene, dài. Sono carini, tutti imparanoiatelli sui loro libricini.
Mi piace andare a scuola, anche. Mi aiuta a svegliarmi prima delle due di pomeriggio. Se no non avrei mai il piacere di vedere la zona a.m. Mi piace anche il preside e fare le battute sul suo occhio mancante. E mi piace anche studiare design. Se no non potrei dirmi depressa. Ed essere depressi fa troppo giovane disadattato figo.

giovedì 20 gennaio 2011

La fotografia in sè non è arte, è un mecccanismo. Non se ne dovrebbe nemmeno discutere.
Bom, culo, becchi il momento giusto, amen.
Poi c'è chi lo aspetta, lo cerca, lo crea. Il momento giusto. Ecco qui l'artista.
Bhè, vaffanculo. Stamattina mi son svegliata con un grande mal di testa ed un piccolo mal di denti. Mal di testa e mal di denti prima o poi passano, con la morte. Che può essere di tre tipi. Istantanea, mediterranea e non mi ricordo mai il terzo. Tutta questa è una citazione, tranne il fatto che non mi ricordo mai il terzo. Sono cinque anni che cerco l'autore di questa cosa e il libro in cui l'ho letta, aiutatemi.

mercoledì 19 gennaio 2011

Se devo morir, non voglio farlo qui.
Le solite cazzate, ma come la mettiamo con tutto il male nei cuscini, a sciogliersi appena rilassi il collo? Non ci son termosifoni a scaldare le parole di notte. Non ci sono parole, di notte.
Un giorno ho deciso che avrei espiato ma non è che è una cosa che fa impazzire. Nel senso che piace. Non piace proprio.

martedì 11 gennaio 2011

Non c'è spazio.

"L'Italia è un paese di vecchi, gestito da vecchi", ci ricorda Sergio Nava, autore de "La fuga dei cervelli". E non è il primo a metterci davanti il problema. Forse è arrivato, dunque, il momento di analizzarne le cause e adoperarsi per riemergere dal cumulo di macerie che è ormai diventata la politica del nostro paese. Il più vecchio d'Europa.
Sara Ingrati, in "Culle vuote", uno dei suoi ultimi articoli su Famiglia Cristiana, ci fa notare che, al Nord, la maggiorparte delle donne partorisce il primo figlio dopo i quarant'anni. Pensano per prima cosa al lavoro, che spesso non permette di potersi dedicare alla famiglia. Per prima cosa a causa dei salari, nettamente inferiori rispetto al necessario per sopravvivere al caro vita, ma anche per quanto riguarda gli orari d'ufficio, che non sono più strutturati in modo che una donna con un figlio possa sostenerli.
Siamo alle solite. Le più grandi lotte per l'uguaglianza intraprese dall'umanità che si trasformano nel risultato di tristi travisazioni: così come la globalizzazione è diventata capitalismo, l'emancipazione femminile ha portato la donna a mettere al primo posto il denaro rispetto alla continuazione della specie.
Per sempre giovani e in carriera, senza lasciare più spazio alle generazioni future. O meglio, senza dar nemmeno modo a quest'ultime di venire al mondo.
Siamo davanti ad un fenomeno mai visto prima, frutto di un meccanismo malato e controproducente che ha portato alla nascita di una società fatta di persone che rifiutano di lasciare in mano il mondo ai propri successori, che non accettano più ciò che è parte della vita da sempre, ovvero la sua fine.
Da ciò derivano la fuga di cervelli, di cui si parla tanto, e il famoso fenomeno dei bamboccioni: questo paese non è strutturato per permettere ad un ragazzo di essere autonomo. Non c'è posto per i "nuovi giovani" se la terra è ancora popolata dai "vecchi giovani", quelli che già lo erano negli anni '70 e che continuano a volerlo essere per sempre.
Tutto ciò fa parte di un circolo vizioso da cui è difficile tirarsi fuori, in quanto i media continuano a proporre modelli di donna a cui è "vietato invecchiare", a cui non è permesso mostrare alcun segno lasciato dal tempo. E la stessa cosa vale per gli uomini, nessuno è escluso, come ci ricorda Loredana Lipparini nella sua intervista su Donna Moderna dello scorso novembre.
L'imperfezione non è più ammessa, ma ci siamo dimenticati che la perfezione non esiste.
E questa contraddizione, a parer mio, sarà ciò che porterà la nostra società alla distruzione.










lunedì 10 gennaio 2011

Oggi da quando sono uscita di casa fino ad ora che son quasi le cinque di pomeriggio non è ancora arrivato il giorno. E vabè. Però stamattina un mio amico mi ha scritto un messaggio che diceva che un suo amico vuole un servizio fotografico di nudo integrale che è un po' ghei e paga bene e io ho pensato: zonta. Adesso lo aggiungo su Facebook e speriamo che non legga qui perchè vai a sapere se è consapevole di essere un pò ghei come dicono i suoi amici.
Oggi pomeriggio ho letto questo: "Abbiamo tutti le nostre vergogne sanitarie dovute ad atti di incoscienza e/o esibizionismo adolescenziale. Io per esempio ci ho una cicatrice in mezzo alla fronte che per poco non mi portavo via un occhio, me lo ricordo ancora, ero lì che pattinavo, c’eran due ciccine che guardavano, allora ho accelerato senza esser capace e son cascato di faccia contro una ringhiera. Poi c’è il fratello di Benassi, che da piccolo mise un dito nella gabbia dei conigli e si trovò la falange tranciata di netto, si vede che l’avevan scambiato per una carota, e ancora oggi si sente, a dargli la mano, che manca qualcosa. Son cose che dan da pensare, sapere che infilare un dito nella gabbia dei conigli può darsi che poi te ne rimane metà, se penso a tutte le volte che ho messo un dito nella gabbia dei conigli c’è da non dormire.

Podeschi poi non ne parliamo. Lui, c’era una ragazzina che gli piaceva, un giorno ai giardini appena la vide che passava si mise a camminare sulle mani, era anche bravo, solo che poi perse l’appoggio e la spalla andò giù con un rumore che si era capito subito, che lui quella spalla lì non la recuperava più, poi c’era il braccio piegato dall’altra parte, proprio una cosa brutta da vedere. Aveva trentasei anni." L'ha raccontato Alessandro Bonino, e poi mi è venuta in mente una storia.
La storia di Francescoadamo quattordicenne che per guardare Antonella mentre camminava per via Pio XI cade nella vasca dei capitoni davanti alla pescheria.
Fatevelo voi un bagno con i capitoni di prima mattina.
Brr.

sabato 8 gennaio 2011

A un certo punto della vita uno che ascolta musica sceglie se diventare uno che suona o uno che non suona.
In genere prima ci prova.
Poi accetta la propria decisione.

Io ogni tanto mi pento.

mercoledì 5 gennaio 2011

Un giorno che avevo dieci anni ho scritto questo. La consegna era una cosa stile parla-di-un-amico-conosciuto-a-scuola.

Un giorno che avevo dieci anni ho scritto questo. La consegna era una cosa stile parla-di-un-amico-conosciuto-a-scuola.

"La mia carissima maestra Barbara si è tuffata nella mia vita il dieci settembre millenovecentonovantotto, per poi non uscire più dalle acque dei miei ricordi.
Entrai nel vecchio edificio che da quel giorno sarebbe stato la mia scuola, nascosta sotto il cappottone di pelle del mio papà: mi vergognavo troppo per uscire allo scoperto. Ad un tratto mi passarono accanto un paio di scarpe nere e lucide come la testa pelata del mio babbo. Volli uscire a vedere.
Era una signorina, anzi, più signora che signorina: una collana le sonnecchiava appoggiata quasi sulle spalle, ed i suoi capelli rossicci danzavano sulla leggera canzone dell'aria che entrava dalla porta; un aspetto simpatico e fiero... una maestra!
Dopo poco arrivò il momento delle presentazioni. Io mi vergognavo ancora, così mi presentò papà, ma da sotto il cappotto ascoltavo tutto.
La bella maestra dai capelli rossicci disse che da quel giorno ci avrebbe insegnato italiano e che il suo nome era Ringressi barbara.
Ormai sono passati cinque anni e sto per andare alle medie. So che la maestra barbara mi mancherà.
Voi lettori dovete sapere anche una paura che ho avuto sulla mia maestra e che ho ancora:
io vado da una psicoterapeuta, cioè, in poche parole una strizzacervelli e, per quasi cinque anni, ho creduto che la mia cara maestra mi ritenesse strana come pensa la psicoterapeuta. Però ieri mi ha detto che secondo lei e tutte le altre maestre sono normale, per fortuna! Non riesco a pensare ad una vita con le maestre e i compagni che ti guardano storto e non ti vogliono vicino, che brutta vita sarebbe, è meglio che non ci penso."

Ero più brava prima.
Voto: Pienamente adeguato, attenta però alle MAIUSCOLE.
Mettendo le maiuscole mi sembrava di interrompere la linearità della frase. Inoltre, mi piaceva mettere le virgole prima e dopo le "e".

martedì 4 gennaio 2011

Il metodo Gordon.

Negli anni novanta ci fu il boom del metodo Gordon.
Negli anni novanta ero la perfetta vittima su cui sperimentarlo.
Gordon è uno psicologo clinico che ha elaborato un metodo basato sull'empatia che mira a rendere la famiglia uno spazio democratico attraverso l'ascolto e la collaborazione.
In pratica consiglia di immedesimarsi nell'altro in modo empatico per comprenderlo meglio, ovvero mettersi nei panni dell'interlocutore nel momento in cui ci comunica il proprio disagio ed agire di conseguenza.
E fin qui nulla di male.
Se non fosse che all'interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, da alcune famiglie, il concetto era completamente travisato. Si vedevano queste madri disperate con sette o otto figli, tra propri, adottati e in affidamento, buttarsi su tentativi infelici di "forzare l'empatia" attraverso frasi tristi del tipo "Tesoro, la volevi davvero tanto quella caramella, vero? Davvero tantissimo? Come mi dispiace! Dimmi, cos'è che ti piaceva di quella caramella? Come mai la desideravi a tal punto? Dio, quanto mi dispiace di non avertela comprata." Fino ad arrivare alle lacrime. Al che il figlio, sconcertato, si distraeva.
Notevole come tecnica se utilizzata, appunto, per distrarre il pargolo; ma modo totalmente errato se pensiamo che si trattava della loro rielaborazione malata del metodo Gordon.
Miliardi di cazzo di conferenze per avere davanti solo una massa di cretini con un'idea completamente sballata del significato della parola "empatia".
Mia madre aveva la decenza di non provarci nemmeno ad utilizzarlo con me, ma guardavo gli altri genitori e le chiedevo come mai prendessero in giro in tal modo i propri figli, e lei diceva, Eh, è il metodo Gordon, e io dicevo, Bella merda, e lei diceva, Non dire parolacce.
La mia top 3 delle cose più importanti nella vita è questa:
1-Arte
2-Empatia
3-Gatti
In comunità c'erano solo arte e gatti.