lunedì 31 gennaio 2011

Sono morta.

Ho come l'impressione che sono morta, ogni tanto. Mi hanno detto che l'ultimo tipo di morte, poi, era contemporaneo. E credo d'aver trovato anche l'autore e 'sta settimana mi compro il libro se riesco a vivere un attimo. BYTHEWAY, le lucertole strette nel pungo. Stamattina mi sono svegliata come se non esistessi, oggi pomeriggio ho dormito e poi mi sono risvegliata ho mangiato due pezzi di pizza e uno di cavolfiore, sempre come se non esistessi, e ora medito sulla possibilità di riassumere le innovazioni di Joyce in inglese ora o verso mezzanotte, dopo la doccia. A volte me ne faccio due o tre al giorno, comprese di trattamento ai capelli. Io i miei capelli li tratto come se fossero tutti figliuoli miei, quando trovo qualche vittima tra i denti del pettine, mentre sempre sono sotto la doccia, li saluto, gli dico addio, resto in lutto per un po', li accarezzo. Io ho diciotto anni, abito a Forlì da dodici, sono nata alle sedici e venti e infatti è un orario in cui ogni giorno mi sento un po' strana. Sta lì, subito dopo il primo pomeriggio ma poco prima del tardo, e io mi ritrovo sempre indecisa sul da farsi, quando sono a casa. Andare a letto? Mangiare? Vegetare davanti al computer ancora per un po'? In genere finisce che vado a letto. E' proprio il mio orario del sonno. Dalle quattro e mezza alle sette. Succede d'inverno, quando mi sento di più che sono morta. D'estate le cose sono migliori e piove di meno.
Sono ancora indecisa, comunque, riguardo la frase "dopo il primo pomeriggio ma poco prima del tardo", continuo a riformularla, non mi piace il fatto di non riuscire a trovare un sinonimo o un altro qualcosa per non lasciare quel "tardo" da solo. In inglese è molto più semplice perché quando ti trovi davanti a questo tipo di frasi poi in fondo ci metti "one". Se ci fosse "one" dopo "tardo" sarebbe più equilibrata, perché funzionerebbe come l'aggiunta di un aggettivo dimostrativo; ovvero come se ci fosse scritto "di quello tardo" anziché "del tardo". Ma in italiano suona male e quindi tutta questa considerazione è fine a sé stessa. A volte, mentre parlo e mi accorgo di queste cose, aggiungo parti in inglese alle frasi, ma poi non mi capisce nessuno e sono daccapo.
Tornando al fatto che d'estate muoio meno e piove meno... bhé. Devo dire che ci sono come delle falle nella creazione. Ammettendo per un attimo che si possa parlare di creazione. Nel caso fosse solo un processo di evoluzione iniziata attraverso la totale casualità, si potrebbe parlare di situazioni scaturite dal fatto che ancora non siamo totalmente evoluti. E allo stesso modo l'ambiente intorno a noi. Del tipo i ditini piccolini dei piedini dicono che spariranno, così come i capelli (questa cosa mi tocca sul personale) eccetera. Allora queste falle della creazione o dell'evoluzione stanno ad esempio nel fatto che la pioggia cada dal cielo e allo stesso modo tutte le precipitazioni. Insomma, no. A mio parere la terra dovrebbe autoirrigarsi da "sotto". L'acqua verrebbe raccolta e depurata. Quando invece non era possibile depurarla, l'avrebbero raccolta dai fiumi. E così via. Oppure il fatto del parto. Sarà possibile che per compiere l'atto più naturale di tutta l'esistenza si debba patire? Questa cosa mi appare talmente incomprensibile che forse mi riesce più facile credere al fatto che sia stata tutta colpa di Eva, piuttosto che trovarci una spiegazione razionale. Insomma, fiche che si sbrancano per partorire? Donne (e animali.. cioè, animalesse. Cioè, mammifere) che muoiono durante il suddetto atto? Ma come? Eppure si presume che il mammifero di sesso femminile accudisca i propri piccoli dopo la nascita, quindi non dovrebbe essere ammesso un rischio così alto di perdere la vita a causa del parto. Questo ragionamento mi fa impazzire tutte le volte.
Si nota che sono meteoropatica e femminista?
Allora, io ho diciott'anni e sto concludendo l'ultimo anno scolastico nella totale inerzia e quando dico che sono morta seppur il mio corpo svolga tutte le funzioni vitali in modo adeguato, quello che intendo è che l'apatia mi attanaglia. Quindi ora vado a farmi una doccia e a contarmi i capelli. Fuori piove da giorni.

domenica 23 gennaio 2011

Mi piace andare a scuola.

Io non ho capito bene come mai (oppure forse all'inizio non era così ed è stato a forza di stare a contatto), ma i miei compagni di classe sembrano tutti fatti apposta per stare insieme sui loro banchini. Io, poi, me ne tiro fuori.
Tipo c'è il gruppo di quelle più diplomatiche e secchioncelle, che però all'ultimo anno gli scoppia l'ormone e non si capisce più niente. Il coglione (in senso buono) cagacazzo che sta con la secchioncella con l'ormone esploso, scopano, la notizia si espande, l'altro gruppetto assetato di pettegolezzi che coglie la storia al volo, il regista, la coppietta adorabile, quello che va al motor show e studiare itagliano non gli serve a niente cè che cazzo me ne faccio cè a me piacciono i motori porco Dio. Stefano Andreoli su 'Perchè no' qualche tempo fa diceva così: "Una volta ho scritto su internet che se dal mondo elimini quelli che vanno al motor show, diventa un posto migliore, e quasi tutti pensavano che scherzassi." Bhè, la mia idea non è molto diversa. Poi i due avventisti. E anche la mia idea sugli avventisti non si differenzia molto tra quella sui motori-addicted. Si fidanzano solo con femmine della propria setta, il sabato hanno il permesso per non venire a scuola perché devono andare alla messa, robe così. Io vorrei sbattezzarmi e poi aderire all'avventismo, così posso sbronzarmi anche il venerdì sera.
Comunque insomma, dicevo, ogni elemento si incastra alla perfezione con gli altri.
Poi la sera non li incontri mai. MAI. Cioè, tranne un paio di ragazze che erano quelle con cui ero amicona quando non avevo ancora cominciato a detestare il prossimo, gli altri non esistono. Tu esci e boh, pensi chissà dove vanno. Io ancora me lo chiedo. A quanto pare la verità è che non vanno da nessuna parte. Cioè, Forlì è piccola, non puoi nasconderti più di tanto.
Un po' di loro sono andati in montagna tutti assieme a sciare.
Alla tenera età di diciannove anni, si son presi la loro prima sbronza, tipo. Io non volevo che finissero le vacanze di Natale perché avevo paura del momento in cui avrebbero raccontato di quella settimana in classe e io non sarei riuscita a trattenere i miei commenti. Vabbè, avevano anche comprato da fumare. Avrei voluto vendergliela io, diamine, ahah.
Si incastrano alla perfezione perché sono tutti accomunati da una codardaggine che fa sognare.
Le cose non gli vanno bene finchè non arriva il momento di parlarne con il diretto interessato. A quel punto, tutto diventa perfetto, non hanno nessun problema.
Ma io alla fine gli voglio bene, dài. Sono carini, tutti imparanoiatelli sui loro libricini.
Mi piace andare a scuola, anche. Mi aiuta a svegliarmi prima delle due di pomeriggio. Se no non avrei mai il piacere di vedere la zona a.m. Mi piace anche il preside e fare le battute sul suo occhio mancante. E mi piace anche studiare design. Se no non potrei dirmi depressa. Ed essere depressi fa troppo giovane disadattato figo.

giovedì 20 gennaio 2011

La fotografia in sè non è arte, è un mecccanismo. Non se ne dovrebbe nemmeno discutere.
Bom, culo, becchi il momento giusto, amen.
Poi c'è chi lo aspetta, lo cerca, lo crea. Il momento giusto. Ecco qui l'artista.
Bhè, vaffanculo. Stamattina mi son svegliata con un grande mal di testa ed un piccolo mal di denti. Mal di testa e mal di denti prima o poi passano, con la morte. Che può essere di tre tipi. Istantanea, mediterranea e non mi ricordo mai il terzo. Tutta questa è una citazione, tranne il fatto che non mi ricordo mai il terzo. Sono cinque anni che cerco l'autore di questa cosa e il libro in cui l'ho letta, aiutatemi.

mercoledì 19 gennaio 2011

Se devo morir, non voglio farlo qui.
Le solite cazzate, ma come la mettiamo con tutto il male nei cuscini, a sciogliersi appena rilassi il collo? Non ci son termosifoni a scaldare le parole di notte. Non ci sono parole, di notte.
Un giorno ho deciso che avrei espiato ma non è che è una cosa che fa impazzire. Nel senso che piace. Non piace proprio.

martedì 11 gennaio 2011

Non c'è spazio.

"L'Italia è un paese di vecchi, gestito da vecchi", ci ricorda Sergio Nava, autore de "La fuga dei cervelli". E non è il primo a metterci davanti il problema. Forse è arrivato, dunque, il momento di analizzarne le cause e adoperarsi per riemergere dal cumulo di macerie che è ormai diventata la politica del nostro paese. Il più vecchio d'Europa.
Sara Ingrati, in "Culle vuote", uno dei suoi ultimi articoli su Famiglia Cristiana, ci fa notare che, al Nord, la maggiorparte delle donne partorisce il primo figlio dopo i quarant'anni. Pensano per prima cosa al lavoro, che spesso non permette di potersi dedicare alla famiglia. Per prima cosa a causa dei salari, nettamente inferiori rispetto al necessario per sopravvivere al caro vita, ma anche per quanto riguarda gli orari d'ufficio, che non sono più strutturati in modo che una donna con un figlio possa sostenerli.
Siamo alle solite. Le più grandi lotte per l'uguaglianza intraprese dall'umanità che si trasformano nel risultato di tristi travisazioni: così come la globalizzazione è diventata capitalismo, l'emancipazione femminile ha portato la donna a mettere al primo posto il denaro rispetto alla continuazione della specie.
Per sempre giovani e in carriera, senza lasciare più spazio alle generazioni future. O meglio, senza dar nemmeno modo a quest'ultime di venire al mondo.
Siamo davanti ad un fenomeno mai visto prima, frutto di un meccanismo malato e controproducente che ha portato alla nascita di una società fatta di persone che rifiutano di lasciare in mano il mondo ai propri successori, che non accettano più ciò che è parte della vita da sempre, ovvero la sua fine.
Da ciò derivano la fuga di cervelli, di cui si parla tanto, e il famoso fenomeno dei bamboccioni: questo paese non è strutturato per permettere ad un ragazzo di essere autonomo. Non c'è posto per i "nuovi giovani" se la terra è ancora popolata dai "vecchi giovani", quelli che già lo erano negli anni '70 e che continuano a volerlo essere per sempre.
Tutto ciò fa parte di un circolo vizioso da cui è difficile tirarsi fuori, in quanto i media continuano a proporre modelli di donna a cui è "vietato invecchiare", a cui non è permesso mostrare alcun segno lasciato dal tempo. E la stessa cosa vale per gli uomini, nessuno è escluso, come ci ricorda Loredana Lipparini nella sua intervista su Donna Moderna dello scorso novembre.
L'imperfezione non è più ammessa, ma ci siamo dimenticati che la perfezione non esiste.
E questa contraddizione, a parer mio, sarà ciò che porterà la nostra società alla distruzione.










lunedì 10 gennaio 2011

Oggi da quando sono uscita di casa fino ad ora che son quasi le cinque di pomeriggio non è ancora arrivato il giorno. E vabè. Però stamattina un mio amico mi ha scritto un messaggio che diceva che un suo amico vuole un servizio fotografico di nudo integrale che è un po' ghei e paga bene e io ho pensato: zonta. Adesso lo aggiungo su Facebook e speriamo che non legga qui perchè vai a sapere se è consapevole di essere un pò ghei come dicono i suoi amici.
Oggi pomeriggio ho letto questo: "Abbiamo tutti le nostre vergogne sanitarie dovute ad atti di incoscienza e/o esibizionismo adolescenziale. Io per esempio ci ho una cicatrice in mezzo alla fronte che per poco non mi portavo via un occhio, me lo ricordo ancora, ero lì che pattinavo, c’eran due ciccine che guardavano, allora ho accelerato senza esser capace e son cascato di faccia contro una ringhiera. Poi c’è il fratello di Benassi, che da piccolo mise un dito nella gabbia dei conigli e si trovò la falange tranciata di netto, si vede che l’avevan scambiato per una carota, e ancora oggi si sente, a dargli la mano, che manca qualcosa. Son cose che dan da pensare, sapere che infilare un dito nella gabbia dei conigli può darsi che poi te ne rimane metà, se penso a tutte le volte che ho messo un dito nella gabbia dei conigli c’è da non dormire.

Podeschi poi non ne parliamo. Lui, c’era una ragazzina che gli piaceva, un giorno ai giardini appena la vide che passava si mise a camminare sulle mani, era anche bravo, solo che poi perse l’appoggio e la spalla andò giù con un rumore che si era capito subito, che lui quella spalla lì non la recuperava più, poi c’era il braccio piegato dall’altra parte, proprio una cosa brutta da vedere. Aveva trentasei anni." L'ha raccontato Alessandro Bonino, e poi mi è venuta in mente una storia.
La storia di Francescoadamo quattordicenne che per guardare Antonella mentre camminava per via Pio XI cade nella vasca dei capitoni davanti alla pescheria.
Fatevelo voi un bagno con i capitoni di prima mattina.
Brr.

sabato 8 gennaio 2011

A un certo punto della vita uno che ascolta musica sceglie se diventare uno che suona o uno che non suona.
In genere prima ci prova.
Poi accetta la propria decisione.

Io ogni tanto mi pento.

mercoledì 5 gennaio 2011

Un giorno che avevo dieci anni ho scritto questo. La consegna era una cosa stile parla-di-un-amico-conosciuto-a-scuola.

Un giorno che avevo dieci anni ho scritto questo. La consegna era una cosa stile parla-di-un-amico-conosciuto-a-scuola.

"La mia carissima maestra Barbara si è tuffata nella mia vita il dieci settembre millenovecentonovantotto, per poi non uscire più dalle acque dei miei ricordi.
Entrai nel vecchio edificio che da quel giorno sarebbe stato la mia scuola, nascosta sotto il cappottone di pelle del mio papà: mi vergognavo troppo per uscire allo scoperto. Ad un tratto mi passarono accanto un paio di scarpe nere e lucide come la testa pelata del mio babbo. Volli uscire a vedere.
Era una signorina, anzi, più signora che signorina: una collana le sonnecchiava appoggiata quasi sulle spalle, ed i suoi capelli rossicci danzavano sulla leggera canzone dell'aria che entrava dalla porta; un aspetto simpatico e fiero... una maestra!
Dopo poco arrivò il momento delle presentazioni. Io mi vergognavo ancora, così mi presentò papà, ma da sotto il cappotto ascoltavo tutto.
La bella maestra dai capelli rossicci disse che da quel giorno ci avrebbe insegnato italiano e che il suo nome era Ringressi barbara.
Ormai sono passati cinque anni e sto per andare alle medie. So che la maestra barbara mi mancherà.
Voi lettori dovete sapere anche una paura che ho avuto sulla mia maestra e che ho ancora:
io vado da una psicoterapeuta, cioè, in poche parole una strizzacervelli e, per quasi cinque anni, ho creduto che la mia cara maestra mi ritenesse strana come pensa la psicoterapeuta. Però ieri mi ha detto che secondo lei e tutte le altre maestre sono normale, per fortuna! Non riesco a pensare ad una vita con le maestre e i compagni che ti guardano storto e non ti vogliono vicino, che brutta vita sarebbe, è meglio che non ci penso."

Ero più brava prima.
Voto: Pienamente adeguato, attenta però alle MAIUSCOLE.
Mettendo le maiuscole mi sembrava di interrompere la linearità della frase. Inoltre, mi piaceva mettere le virgole prima e dopo le "e".

martedì 4 gennaio 2011

Il metodo Gordon.

Negli anni novanta ci fu il boom del metodo Gordon.
Negli anni novanta ero la perfetta vittima su cui sperimentarlo.
Gordon è uno psicologo clinico che ha elaborato un metodo basato sull'empatia che mira a rendere la famiglia uno spazio democratico attraverso l'ascolto e la collaborazione.
In pratica consiglia di immedesimarsi nell'altro in modo empatico per comprenderlo meglio, ovvero mettersi nei panni dell'interlocutore nel momento in cui ci comunica il proprio disagio ed agire di conseguenza.
E fin qui nulla di male.
Se non fosse che all'interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, da alcune famiglie, il concetto era completamente travisato. Si vedevano queste madri disperate con sette o otto figli, tra propri, adottati e in affidamento, buttarsi su tentativi infelici di "forzare l'empatia" attraverso frasi tristi del tipo "Tesoro, la volevi davvero tanto quella caramella, vero? Davvero tantissimo? Come mi dispiace! Dimmi, cos'è che ti piaceva di quella caramella? Come mai la desideravi a tal punto? Dio, quanto mi dispiace di non avertela comprata." Fino ad arrivare alle lacrime. Al che il figlio, sconcertato, si distraeva.
Notevole come tecnica se utilizzata, appunto, per distrarre il pargolo; ma modo totalmente errato se pensiamo che si trattava della loro rielaborazione malata del metodo Gordon.
Miliardi di cazzo di conferenze per avere davanti solo una massa di cretini con un'idea completamente sballata del significato della parola "empatia".
Mia madre aveva la decenza di non provarci nemmeno ad utilizzarlo con me, ma guardavo gli altri genitori e le chiedevo come mai prendessero in giro in tal modo i propri figli, e lei diceva, Eh, è il metodo Gordon, e io dicevo, Bella merda, e lei diceva, Non dire parolacce.
La mia top 3 delle cose più importanti nella vita è questa:
1-Arte
2-Empatia
3-Gatti
In comunità c'erano solo arte e gatti.